A differenza di un conto corrente o di un immobile, infatti, le criptovalute non compaiono automaticamente nelle banche dati accessibili dal giudice o dai legali, e questo rende l’accertamento e la corretta divisione patrimoniale una fase particolarmente delicata del procedimento.
Le criptovalute rientrano nella comunione dei beni?
La prima domanda che si pongono i coniugi riguarda il regime patrimoniale applicabile. Se la coppia è in comunione legale dei beni, le criptovalute acquistate durante il matrimonio con redditi prodotti dai coniugi rientrano, in linea di principio, nella comunione e devono quindi essere considerate ai fini della divisione patrimoniale in sede di separazione, allo stesso modo di un conto corrente o di un investimento finanziario. Fanno eccezione i casi in cui le criptovalute rientrino tra i beni personali previsti dall’articolo 179 del Codice Civile, ad esempio se acquistate con il ricavato della vendita di beni posseduti prima del matrimonio o ricevuti per successione o donazione.
Se invece i coniugi hanno optato per il regime di separazione dei beni, le criptovalute intestate a un solo coniuge restano, in linea generale, di sua esclusiva proprietà, salva la possibilità per l’altro coniuge di dimostrare un proprio contributo economico all’acquisto, che può rilevare in altre sedi, ad esempio in un’eventuale azione di arricchimento senza causa.
Il problema dell’accertamento: un patrimonio “invisibile”
La criticità principale legata alle criptovalute non riguarda tanto il regime giuridico applicabile, quanto la loro effettiva individuazione. A differenza dei conti correnti bancari, che possono essere ricostruiti tramite l’anagrafe tributaria o richieste agli istituti di credito, le criptovalute detenute su wallet personali (i cosiddetti “cold wallet” o portafogli non custoditi da un intermediario) non sono facilmente tracciabili dagli strumenti tradizionali di indagine patrimoniale.
Nella pratica, gli elementi che possono far emergere il possesso di criptovalute includono:
- bonifici o prelievi verso piattaforme di scambio (exchange) rilevabili dagli estratti conto bancari o dalle carte di credito;
- dichiarazioni fiscali, poiché la detenzione di criptovalute va indicata nel quadro RW della dichiarazione dei redditi;
- comunicazioni, email o dispositivi elettronici che possano rivelare l’esistenza di wallet o account su exchange;
- tenore di vita non coerente con i redditi dichiarati, elemento che può giustificare approfondimenti nell’ambito del procedimento.
Quando sussistono indizi concreti, è possibile chiedere al giudice l’ordine di esibizione di documentazione bancaria e fiscale, oppure la nomina di un consulente tecnico d’ufficio con competenze specifiche in analisi forense di transazioni su blockchain, in grado di ricostruire i movimenti anche quando il coniuge non collabora spontaneamente.
Occultamento di criptovalute: quali tutele per il coniuge
Non è raro che, in vista di una separazione, un coniuge trasferisca parte del proprio patrimonio in criptovalute proprio per renderlo meno visibile rispetto ai beni tradizionali. Se questo comportamento viene accertato, può rilevare sotto diversi profili: nella determinazione dell’assegno di mantenimento o dell’assegno divorzile, che deve tenere conto dell’effettiva capacità economica di entrambi i coniugi e non solo dei redditi formalmente dichiarati, e nella valutazione complessiva della condotta delle parti nel procedimento. In presenza di comunione legale, inoltre, l’occultamento di beni comuni può dar luogo a specifiche azioni di tutela da parte del coniuge pregiudicato.
È quindi essenziale, in fase di separazione o divorzio, non limitarsi alla documentazione bancaria tradizionale ma valutare fin dall’inizio, con l’assistenza di un avvocato divorzista, se vi siano elementi che facciano sospettare la presenza di un patrimonio in criptovalute non dichiarato, così da attivare tempestivamente gli strumenti istruttori più adeguati.
Come si stima il valore delle criptovalute nella divisione
Un’ulteriore complessità riguarda la valutazione economica delle criptovalute, il cui valore può oscillare in modo significativo anche in pochi giorni. In sede di separazione o divorzio, generalmente si fa riferimento al controvalore in euro rilevato a una data di riferimento concordata tra le parti o individuata dal giudice, ad esempio quella di deposito del ricorso o quella dell’effettiva divisione. In caso di forte volatilità, può essere opportuno prevedere clausole specifiche nell’accordo, ad esempio la divisione diretta delle criptovalute stesse anziché del loro controvalore monetario, per evitare contestazioni successive legate alle oscillazioni di mercato.
L’impatto sul mantenimento e sull’assegno divorzile
Le criptovalute non rilevano solo ai fini della divisione del patrimonio comune, ma anche nella determinazione dell’assegno di mantenimento e dell’assegno divorzile. Il giudice, nel valutare le condizioni economiche dei coniugi, tiene conto della loro effettiva capacità patrimoniale complessiva: un coniuge che dichiara redditi modesti ma detiene un portafoglio significativo in criptovalute potrebbe vedersi comunque attribuire obblighi di mantenimento coerenti con la sua reale disponibilità economica, una volta che questa venga accertata nel corso del procedimento.
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La gestione delle criptovalute in sede di separazione e divorzio richiede competenze specifiche, sia legali sia tecniche, per individuare correttamente gli asset digitali e tutelare i propri diritti patrimoniali. Lo studio legale a Padova dell’Avv. Beatrice Bellato assiste coniugi in tutta Italia in materia di separazione, divorzio e divisione patrimoniale, anche attraverso consulenza legale online.
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Domande frequenti
Le criptovalute rientrano nella comunione dei beni?
Se i coniugi sono in regime di comunione legale dei beni, le criptovalute acquistate durante il matrimonio con redditi comuni rientrano generalmente nella comunione e vanno quindi divise in sede di separazione, salvo che rientrino in una delle categorie di beni personali previste dalla legge, come quelli acquistati con il ricavato della vendita di beni personali.
Come si scopre se il coniuge possiede criptovalute nascoste?
L’accertamento può avvenire attraverso l’analisi dei conti correnti e delle carte di credito collegate a piattaforme di scambio (exchange), richieste di esibizione documentale in giudizio, indagini patrimoniali disposte dal tribunale e, nei casi più complessi, l’ausilio di consulenti tecnici specializzati in analisi forense di transazioni su blockchain.
Le criptovalute incidono sul calcolo dell’assegno di mantenimento?
Sì. Se un coniuge possiede criptovalute di valore significativo, queste concorrono a determinare la sua effettiva capacità economica e patrimoniale, elemento che il giudice considera nel quantificare l’assegno di mantenimento o l’assegno divorzile, anche quando tali asset non risultano da redditi dichiarati.