Cane, gatto, o qualsiasi altro animale d’affezione: per chi li ha cresciuti insieme durante il matrimonio, la loro sorte in caso di separazione può diventare una delle questioni più sentite, a volte più di certe questioni patrimoniali. Eppure, a differenza di quanto si pensa, gli animali domestici non seguono le stesse regole dei figli, anche se i tribunali spesso si “ispirano” a quella disciplina.
Vediamo cosa prevede davvero la legge italiana, quali criteri usano i giudici, e cosa fare in concreto per evitare conflitti.
In Italia non esiste una legge specifica
Va detto con chiarezza, perché è la fonte di molta confusione online: non esiste, ad oggi, una norma del Codice Civile che regoli l’affidamento degli animali domestici in caso di separazione o divorzio. Diverse proposte di legge sono state presentate negli anni (alcune già nel 2008), ma nessuna è mai stata approvata in via definitiva.
Questo significa che, dal punto di vista formale, gli animali domestici sono ancora considerati beni mobili, anche se la sensibilità giuridica e sociale li tratta sempre più spesso come “esseri senzienti”, portatori di un legame affettivo meritevole di tutela.
Perché non sono come i figli: la differenza terminologica conta
Qui sta il punto centrale del titolo. I tribunali, in assenza di una norma specifica, hanno spesso applicato per analogia la disciplina dei figli minori. Ma attenzione, non è la stessa cosa, e alcuni giudici lo hanno specificato in modo netto.
Il Tribunale di Sciacca, con un decreto del 2019 diventato un punto di riferimento, ha usato deliberatamente il termine “assegnazione” e non “affidamento”, proprio per sottolineare che gli animali non sono equiparabili ai figli quanto a regime giuridico. La decisione si fonda sul principio che il legame affettivo con un animale è un valore meritevole di tutela — non sull’applicazione automatica delle regole sui minori.
In pratica, significa che:
- Non esiste un “interesse superiore” dell’animale paragonabile a quello del minore, che il giudice è tenuto a tutelare per legge.
- Il giudice non è obbligato a pronunciarsi sulla sorte dell’animale, nemmeno se le parti lo chiedono esplicitamente nel ricorso.
- Solo se ci sono figli minori molto legati all’animale, il giudice può intervenire — ma lo fa per tutelare l’interesse del minore, non quello dell’animale in sé.
Quali sono i criteri usati dai giudici
Quando un giudice decide comunque di occuparsene, o quando le parti chiedono una valutazione, gli elementi presi in considerazione sono diversi da quelli usati per i figli:
- Chi si è occupato prevalentemente dell’animale durante la convivenza (cure quotidiane, spese veterinarie, tempo dedicato).
- Il legame affettivo con ciascun coniuge, da dimostrare con elementi concreti (insomma, non basta affermare di volergli bene).
- La stabilità dell’ambiente che ciascuna delle parti può offrire.
- Il benessere dell’animale, inteso come principio guida della decisione finale.
Un dettaglio che sorprende molti: l’intestazione del microchip non è determinante. Anche se il cane o il gatto risulta formalmente registrato a nome di uno dei coniugi, questo non garantisce automaticamente l’affidamento. Il giudice guarda al rapporto reale con l’animale, non solo al dato anagrafico.
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Cosa fare per evitare conflitti (e brutte sorprese)
Visto il vuoto normativo, l’unico vero strumento di tutela resta l’accordo tra le parti. E qui la raccomandazione degli esperti è chiara: meglio non lasciare la questione vaga, né affidarsi solo a un’intesa verbale. Le opzioni più solide sono due:
- Inserire una clausola specifica nell’accordo di separazione, definendo con chi resta l’animale, i tempi di frequentazione per l’altro coniuge, e come si dividono le spese (veterinarie, cibo, ecc.).
- Stipulare una scrittura privata separata, con le caratteristiche di un vero accordo, un’opzione spesso preferita perché distingue chiaramente questo accordo da quello, più rigido, sui figli.
Entrambe le strade sono legittime: non esiste alcuna norma che le vieti, e in sede di separazione consensuale il giudice può recepire questi accordi.
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Cosa fare adesso
Se stai affrontando una separazione e la sorte del tuo cane o gatto è motivo di tensione, il consiglio è di non aspettare che la situazione si trasformi in un contenzioso. Raccogli da subito le prove del tuo legame con l’animale (spese veterinarie, testimonianze, documentazione delle cure quotidiane) e valuta con un professionista come formalizzare un accordo solido.
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