Una delle domande più frequenti che si pongono le vittime di errori medici riguarda i tempi a disposizione per far valere i propri diritti. Dopo aver scoperto di aver subito un danno a causa di cure inappropriate, diagnosi errate o interventi mal eseguiti, quanto tempo hai per agire legalmente e ottenere un risarcimento? La risposta non è così semplice come potrebbe sembrare, perché i termini variano in base a diversi fattori che è fondamentale conoscere per non perdere irrimediabilmente il diritto a essere risarcito.
Comprendere i meccanismi della prescrizione in ambito sanitario è essenziale perché, una volta decorsi i termini previsti dalla legge, il diritto al risarcimento si estingue definitivamente. Non importa quanto grave sia stato l’errore o quanto devastanti siano state le conseguenze: se hai lasciato passare troppo tempo, non potrai più ottenere giustizia. Per questo è cruciale conoscere le regole che governano la prescrizione e sapere da quando iniziano a decorrere i termini.
La distinzione di partenza: 5 o 10 anni?
Il primo elemento da comprendere è che esistono due diversi termini di prescrizione per i casi di malasanità, che dipendono da chi decidi di citare in giudizio. Se intendi agire contro la struttura sanitaria, sia essa un ospedale pubblico o una clinica privata, il termine di prescrizione è di dieci anni. Questo lungo termine deriva dal fatto che la responsabilità della struttura è considerata di natura contrattuale, regolata dagli articoli 1218 e 1228 del Codice Civile.
Se invece vuoi agire contro il singolo medico o professionista sanitario che ha materialmente commesso l’errore, il termine si riduce a cinque anni. Una riduzione dovuta al fatto che la legge Gelli-Bianco del 2017 ha qualificato la responsabilità del medico dipendente come extracontrattuale, facendola rientrare nell’ambito dell’articolo 2043 del Codice Civile che disciplina il risarcimento per fatto illecito.
Esiste però un’importante eccezione a questa regola generale. Se il medico ha agito come libero professionista scelto direttamente da te, con il quale hai stipulato un contratto di prestazione medica, allora anche per lui vale il termine decennale della responsabilità contrattuale. In questo caso infatti esiste un rapporto contrattuale diretto tra te e il professionista, che modifica la natura giuridica della responsabilità.
Da quando inizia a decorrere il termine
La questione più complessa e spesso decisiva riguarda l’individuazione del momento esatto da cui inizia a decorrere il termine di prescrizione. Il principio generale stabilito dall’articolo 2935 del Codice Civile afferma che la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere. Ma cosa significa concretamente questa formula in ambito sanitario?
La giurisprudenza ha chiarito in modo inequivocabile che il termine non inizia a decorrere dal momento in cui il medico compie materialmente l’errore, ma dal momento in cui il danno si manifesta all’esterno diventando oggettivamente percepibile, con un principio che risponde a una logica fondamentale: non puoi far valere un diritto di cui non sei consapevole. Se non sai di aver subito un danno, non puoi certamente iniziare un’azione legale per ottenerne il risarcimento.
Facciamo un esempio concreto per chiarire questo concetto. Immagina di subire un intervento chirurgico nel 2020. Durante l’operazione il chirurgo commette un errore, ma nell’immediato non te ne accorgi perché le conseguenze non sono evidenti. Nel 2023 inizi ad avvertire sintomi che ti preoccupano e dopo vari accertamenti scopri che sono causati dall’errore chirurgico commesso tre anni prima. In questo caso, il termine di prescrizione non inizia a decorrere dal 2020, quando è stato commesso l’errore, ma dal 2023, quando hai avuto la possibilità concreta di renderti conto del danno.
La percezione oggettiva del danno
Un aspetto cruciale riguarda il fatto che la giurisprudenza non considera sufficiente la semplice ignoranza soggettiva del danneggiato. Ciò che conta è l’oggettiva impercettibilità e irriconoscibilità del danno. In altre parole, non basta dire di non essersi accorti del danno se questo era in realtà oggettivamente percepibile e riconoscibile.
Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito con la fondamentale sentenza numero 576 del 2008 che assume rilievo l’oggettiva impercettibilità del danno, non la semplice ignoranza del paziente. Dunque, se un paziente avrebbe potuto ragionevolmente accorgersi del danno ma non lo ha fatto per negligenza o disattenzione, il termine di prescrizione decorrerà comunque dal momento in cui il danno era oggettivamente percepibile.
Tuttavia, nei casi più complessi, la giurisprudenza ha fatto un ulteriore passo avanti. Con una sentenza del 2022, la Cassazione ha affrontato il caso di un uomo nato con sordità bilaterale a causa di un parto problematico. Solo in età adulta, attraverso una risonanza magnetica, ha potuto accertare il nesso causale tra la sua condizione e l’ipossia fetale subita durante il parto. La Corte ha stabilito che il termine di prescrizione non poteva iniziare a decorrere fino a quando non fossero disponibili le conoscenze mediche e le tecnologie diagnostiche necessarie per stabilire con ragionevole certezza questo collegamento.
I danni lungolatenti
Una categoria particolare di situazioni riguarda i cosiddetti danni lungolatenti, cioè quei danni che si manifestano molti anni dopo la condotta medica che li ha causati. Questi casi sono particolarmente delicati perché tra la condotta del medico e la manifestazione del danno possono passare anche molti anni.
Immagina il caso di un paziente sottoposto a un trattamento che comporta l’esposizione a sostanze o radiazioni i cui effetti negativi si manifestano solo dopo un lungo periodo di latenza. Oppure pensa a una diagnosi errata che porta a non trattare tempestivamente una patologia che poi evolve lentamente nel corso di anni. In tutti questi casi, la giurisprudenza ha costantemente affermato che il termine di prescrizione inizia a decorrere solo quando il danno si manifesta concretamente, non dal momento della condotta medica.
Il principio tutela in modo particolare le vittime di errori medici le cui conseguenze non sono immediatamente evidenti. Sarebbe infatti profondamente ingiusto far decorrere il termine di prescrizione in un momento in cui il paziente non ha alcuna possibilità di sapere di aver subito un danno e quindi di agire per ottenerne il risarcimento.
La prescrizione nei casi di decesso
Quando l’errore medico porta al decesso del paziente, la situazione diventa ancora più complessa perché entrano in gioco diversi tipi di danni e diversi soggetti legittimati ad agire. Gli eredi del paziente deceduto possono far valere due categorie distinte di diritti, ciascuna con i propri termini di prescrizione.
In primo luogo, gli eredi possono richiedere il risarcimento dei danni che erano stati subiti direttamente dal loro congiunto prima di morire. Questi sono i danni che il paziente stesso avrebbe potuto far valere se fosse sopravvissuto e che ora entrano nel patrimonio ereditario. Si tratta per esempio dei danni per le sofferenze patite prima della morte, per l’invalidità temporanea subita nel periodo tra l’errore e il decesso, per le spese mediche sostenute. Per questi danni, chiamati tecnicamente danni iure hereditatis, vale il termine di prescrizione decennale che decorre dalla data del decesso.
In secondo luogo, gli eredi possono far valere i danni che hanno subito personalmente a causa della morte del loro congiunto. Si tratta dei cosiddetti danni iure proprio, che comprendono principalmente il danno da perdita del rapporto parentale, cioè la sofferenza derivante dalla perdita della relazione affettiva con il familiare deceduto. I danni, non facendo parte del patrimonio del defunto ma essendo diritti propri dei familiari, sono soggetti al termine di prescrizione quinquennale della responsabilità extracontrattuale.
La distinzione è fondamentale perché i familiari devono sapere che hanno tempi diversi per far valere le diverse tipologie di danno. È possibile che siano decorsi più di cinque anni dalla morte, rendendo prescritto il diritto al risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, ma siano ancora entro i dieci anni per far valere i danni subiti dal defunto.
Come interrompere la prescrizione
Un aspetto cruciale della gestione dei termini di prescrizione riguarda la possibilità di interrompere il decorso del termine. Quando si verifica un’interruzione della prescrizione, il termine già trascorso viene completamente azzerato e inizia a decorrere un nuovo periodo completo di prescrizione. Questo significa che puoi guadagnare altro tempo, altri dieci o cinque anni a seconda dei casi.
L’articolo 2945 del Codice Civile prevede diverse cause di interruzione della prescrizione. La più importante è rappresentata dalla notifica di un atto giudiziario o stragiudiziale con cui manifesti formalmente l’intenzione di far valere il tuo diritto. Questo può essere una diffida formale inviata alla struttura sanitaria o al medico, una richiesta stragiudiziale di risarcimento accompagnata da perizia medico-legale, la richiesta di mediazione obbligatoria, l’istanza di accertamento tecnico preventivo presentata al tribunale, oppure naturalmente la citazione in giudizio vera e propria.
È importante che l’atto interruttivo sia formale e documentabile. Una semplice lettera informale o una telefonata non hanno effetto interruttivo. L’atto deve essere notificato formalmente, meglio se tramite ufficiale giudiziario o tramite PEC per avere certezza della data di ricezione. La data rilevante ai fini dell’interruzione è quella di ricezione dell’atto da parte del destinatario, non quella di invio.
Una volta interrotto il termine di prescrizione, inizia a decorrere un nuovo periodo completo. Questo significa che se interrompi la prescrizione dopo che sono già trascorsi otto anni dall’evento dannoso, guadagni altri dieci anni completi, arrivando potenzialmente a diciotto anni dal momento in cui il danno si è manifestato.
La prescrizione nei casi che costituiscono reato
Una rilevante eccezione al regime ordinario della prescrizione si verifica quando l’errore medico integra anche gli estremi di un reato penale. Questo accade frequentemente perché molti errori gravi configurano il reato di lesioni personali colpose o, nei casi più drammatici, di omicidio colposo.
L’articolo 2947 comma 3 del Codice Civile stabilisce che quando il fatto che ha causato il danno costituisce reato, e per quel reato è prevista una prescrizione più lunga di quella ordinaria, questa prescrizione più estesa si applica anche all’azione civile di risarcimento. In pratica, se l’errore medico costituisce un reato per il quale è prevista una prescrizione di dodici o quindici anni, anche il diritto al risarcimento civile si prescrive negli stessi tempi più lunghi.
Il meccanismo offre una tutela ulteriore alle vittime degli errori più gravi, che dispongono di più tempo per organizzare la propria azione risarcitoria. Tuttavia, non è sempre facile determinare se un errore medico costituisce effettivamente reato e quale sia il termine di prescrizione penale applicabile, per cui in questi casi è particolarmente importante l’assistenza di un avvocato esperto che sappia valutare correttamente la situazione.
I tempi effettivi per ottenere il risarcimento
Una questione diversa dalla prescrizione, ma ugualmente importante, riguarda i tempi effettivi necessari per ottenere il risarcimento una volta iniziata l’azione. Anche se hai dieci anni per agire, questo non significa che dovresti aspettare fino all’ultimo momento. Prima inizi il percorso, prima potrai ottenere il risarcimento.
Se si riesce a raggiungere un accordo in via stragiudiziale, i tempi possono essere relativamente rapidi. Dalla richiesta iniziale alla liquidazione del risarcimento possono passare dai sei mesi a un anno, a condizione che tutta la documentazione sia in ordine e la perizia medico-legale sia convincente. La liquidazione effettiva del risarcimento avviene generalmente entro un termine che va dai quarantacinque ai novanta giorni dalla firma della transazione.
Se si deve passare attraverso la mediazione obbligatoria, i tempi si allungano di qualche mese. Il procedimento di mediazione ha una durata massima di tre mesi, anche se spesso si conclude prima. Se la mediazione ha successo, si firma un verbale di accordo che ha valore di titolo esecutivo e il pagamento avviene nei termini concordati.
Quando è necessario avviare una causa civile ordinaria, i tempi diventano significativamente più lunghi. In media, una causa di responsabilità sanitaria si conclude in due o tre anni, ma nei tribunali più intasati o nei casi particolarmente complessi i tempi possono estendersi a quattro o cinque anni. Questo significa che anche se hai teoricamente dieci anni per agire, nella pratica devi considerare che dal momento in cui inizi l’azione al momento in cui ottieni effettivamente il risarcimento passeranno comunque diversi anni.
L’importanza di non aspettare
Alla luce di quanto detto, il consiglio più importante è di non aspettare che passino troppi anni prima di consultare un avvocato specializzato in responsabilità sanitaria. Anche se hai ancora tempo prima che maturi la prescrizione, ci sono diversi buoni motivi per agire il prima possibile.
In primo luogo, più tempo passa e più diventa difficile raccogliere le prove necessarie. La memoria degli eventi si affievolisce, i testimoni possono diventare irreperibili, la documentazione può andare persa. Agire tempestivamente consente di cristallizzare le prove mentre sono ancora fresche e disponibili.
In secondo luogo, molti danni legati a errori medici tendono ad aggravarsi nel tempo o a manifestare nuove complicanze. Avviare il percorso di richiesta di risarcimento prima consente di monitorare l’evoluzione della situazione e di adeguare la richiesta di conseguenza. Inoltre, alcune conseguenze dell’errore medico potrebbero richiedere ulteriori cure o interventi correttivi che è meglio affrontare quanto prima.
Infine, c’è una questione psicologica importante. Lasciare in sospeso per anni la questione del risarcimento mantiene aperta una ferita che impedisce di elaborare quanto accaduto e di andare avanti. Affrontare la situazione in modo tempestivo e risolverla consente di chiudere un capitolo doloroso e di concentrarsi sulla ricostruzione della propria vita.
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I termini di prescrizione per richiedere il risarcimento in caso di malasanità sono un aspetto tecnico ma cruciale per tutelare i tuoi diritti. La regola generale prevede dieci anni se agisci contro la struttura sanitaria e cinque anni se agisci contro il singolo medico, ma il momento da cui questi termini decorrono dipende da quando il danno si è manifestato in modo oggettivamente percepibile, non da quando è stato commesso l’errore.
Le situazioni concrete possono essere molto più complesse di quanto questa sintesi suggerisca, con casistiche particolari che richiedono valutazioni specifiche. Per questo, se ritieni di aver subito un danno a causa di cure mediche inappropriate, la cosa migliore è consultare quanto prima un avvocato specializzato in responsabilità sanitaria che possa valutare la tua specifica situazione e verificare che i termini di prescrizione non siano già maturi o in procinto di maturare.
Non lasciare che il tempo giochi contro di te. Una valutazione preliminare del caso può essere effettuata rapidamente e ti consentirà di capire se hai ancora tempo per agire, quali sono le possibilità di successo della tua richiesta e quale sia la strategia migliore da seguire. Ricorda che una volta decorso il termine di prescrizione, il diritto al risarcimento si estingue definitivamente, indipendentemente dalla gravità dell’errore subito e dall’entità del danno patito.
Agire tempestivamente non significa necessariamente avviare subito una causa, ma significa raccogliere la documentazione necessaria, farla valutare da professionisti competenti e adottare le misure appropriate per interrompere i termini di prescrizione mentre si organizza la strategia migliore per ottenere il giusto risarcimento. Il tempo è prezioso in questi casi, e ogni mese che passa può fare la differenza tra il successo e la perdita definitiva dei tuoi diritti.
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