Affido dei figli e separazione – guida rapida | Indice:
Quando una coppia si separa, una delle questioni più delicate e spesso più conflittuali riguarda i figli: dove vivranno, con quale genitore trascorreranno più tempo, come verranno organizzate le frequentazioni con l’altro. Per anni, nella pratica giudiziaria italiana, ha prevalso una tendenza implicita: i bambini piccoli, soprattutto in età prescolare, venivano quasi automaticamente collocati in via prevalente presso la madre. Una consuetudine che la Corte di Cassazione ha ora messo in discussione con una pronuncia destinata a fare scuola.
Il caso: cosa è successo?
La vicenda riguarda una coppia con due figli gemelli che, nel 2024, avvia una procedura di separazione con contestuale richiesta di divorzio. Il Tribunale di Parma aveva inizialmente disposto un affido condiviso con tempi paritari tra i due genitori, per una soluzione equilibrata, che rispecchiava il principio della bigenitorialità. La Corte d’Appello di Bologna, tuttavia, aveva ribaltato questa impostazione, stabilendo che i bambini dovessero vivere prevalentemente con la madre e limitando sensibilmente i momenti di frequentazione con il padre.
La motivazione? L’età dei figli. Secondo il giudice di appello, quando si tratta di bambini molto piccoli, in età prescolare o comunque giovanissimi, la figura materna è quella maggiormente rispondente agli interessi della prole. Il padre ha impugnato la decisione davanti alla Cassazione, sostenendo che si trattava di un ragionamento astratto, scollegato dalla realtà concreta di quella specifica famiglia.
La risposta della Cassazione: no agli automatismi
Con l’ordinanza n. 6078 del 2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del padre e ha stabilito un principio di diritto chiaro e inequivocabile: l’età del figlio non può essere l’unico criterio per decidere dove collocarlo.
Il ragionamento della Corte è solido e ben argomentato. L’articolo 337-ter del Codice Civile impone al giudice di assumere ogni decisione riguardante i figli avendo come bussola esclusiva l’interesse morale e materiale della prole. Ma questo interesse non può essere valutato in modo astratto e generico: deve tradursi in un’analisi concreta della situazione familiare, che tenga conto delle modalità con cui ciascun genitore ha svolto il proprio ruolo, della qualità delle relazioni affettive instaurate con i figli, della personalità e delle capacità educative di entrambi.
In altre parole, il giudice non può fermarsi all’anagrafe. Non basta constatare che un bambino è piccolo per concludere che debba stare prevalentemente con la madre. Bisogna osservare quella famiglia specifica: chi si è occupato dei bambini nella quotidianità, chi li accompagna a scuola, chi gestisce le malattie e le emergenze, chi ha costruito con loro un legame affettivo stabile e continuativo.
Nel caso esaminato, la Corte rileva che i bambini (che peraltro avevano già compiuto otto anni al momento della decisione d’appello, e non erano affatto in età prescolare) erano stati trascurati nell’analisi delle loro relazioni reali con entrambi i genitori. Il padre, tra l’altro, aveva un orario lavorativo che finiva nel pomeriggio e poteva contare su un supporto familiare solido. Tutto questo era ignorato, sacrificato a un criterio astratto che la Cassazione ha bocciato.
Cosa cambia per i padri e per le madri
Sarebbe sbagliato leggere questa sentenza come una vittoria dei padri contro le madri, o come un capovolgimento delle regole del gioco a favore di uno dei due genitori. Il messaggio della Cassazione è più sottile, e più importante: nessun genitore ha un diritto automatico al collocamento prevalente dei figli per il solo fatto di essere madre o padre, giovane o anziano, uomo o donna.
Ogni caso è valutato per quello che è. Il tribunale deve guardare alla realtà, non alle aspettative sociali o alle consuetudini culturali. Questo significa che una madre che ha sempre avuto un ruolo centrale nell’accudimento dei figli vedrà riconosciuto quel ruolo. Ma significa anche che un padre ugualmente presente e affidabile non può essere emarginato sulla base di un pregiudizio implicito che considera la madre la figura genitoriale “naturalmente” prevalente per i bambini piccoli.
La sentenza rafforza il principio di bigenitorialità, che il nostro ordinamento tutela esplicitamente: il diritto del figlio a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori. Un diritto che non è solo del figlio, ma che riguarda l’intera struttura delle relazioni familiari post-separazione.
La seconda pronuncia: quando la casa non viene rilasciata
Sempre nel marzo 2026, con l’ordinanza n. 6176, la Cassazione ha affrontato un’altra questione frequentemente controversa nelle separazioni: la casa familiare. In quel caso, la coppia aveva concordato in sede di separazione che la moglie — assegnataria dell’immobile — avrebbe dovuto rilasciarlo entro otto mesi. Sette anni dopo, la donna era ancora lì, con i figli ormai profondamente radicati in quella abitazione.
La Corte ha confermato che questo prolungamento, durato anni e mai formalmente contestato dall’ex marito, costituisce un “fatto sopravvenuto” rilevante ai fini della modifica delle condizioni della separazione. In pratica: il trascorrere del tempo, con il consolidarsi di una situazione di fatto, può giustificare una revisione degli accordi economici originari – nel caso di specie, una riduzione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie, che nel frattempo ha continuato a beneficiare dell’immobile di proprietà dell’ex marito.
Perché queste sentenze riguardano anche te?
Le pronunce della Cassazione non hanno valore solo teorico. Definiscono il quadro entro cui i giudici di tutta Italia devono operare quando si trovano a decidere sull’affido dei figli, sulla casa familiare, sugli assegni di mantenimento. Capire come la giurisprudenza si evolve è fondamentale per chi si trova ad affrontare una separazione o un divorzio – spesso in un momento di grande fragilità emotiva, in cui orientarsi da soli tra le norme e le sentenze è estremamente difficile.
La differenza tra un’impostazione corretta della propria posizione e una difesa inadeguata può incidere profondamente sulla vita quotidiana: sul tempo che si passa con i propri figli, sulle condizioni economiche, sul diritto a restare nella propria casa.